In questi giorni a Milano c’è una mostra di Bertozzi & Casoni al Museo Bagatti Valsecchi. Si intitola Eterne e fragili presenze: un incontro fortunato e contrastante tra le loro ceramiche iperrealiste e gli austeri ma anche opulenti ambienti della casa-museo.

La cosa che succede a chiunque osservi quelle opere è che, a un certo punto, si avrebbe voglia di toccare, perché sembra impossibile che gli oggetti che stiamo vedendo siano davvero fatti di ceramica: che le pagine dei libri, le sigarette sul piattino, i resti di un fugace pranzo, gli insetti posati su fragili fiori non siano reali, o comunque fatti di altro materiale; che la plastica del tubetto di dentifricio non sia plastica, che quel flacone Felce Azzurro che tutti conosciamo sia ceramica e che quel legno e quel ferro non siano davvero legno e ferro, che quella cuccia di cartoni Brillo non sia di cartone.

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Opere in ceramica di Bertozzi & Casoni

La maestria dei due artisti e il materiale con cui lavorano, scelto per elezione assoluta, riescono a imitare così bene un oggetto o una superficie, che per un istante il nostro occhio ci dice una cosa e la ragione ne sospetta un’altra. È uno dei giochi più interessanti del lavoro di Bertozzi & Casoni: costruire un’illusione talmente perfetta da costringerci a fermarci e a domandarci che cosa stiamo davvero guardando.
La loro ricerca lavora da sempre sul rapporto tra mimesi, artificio, ironia e dubbio. È una sorta di inganno che però non vuole davvero trarci in inganno ma, piuttosto, giocare allo scoperto, perché tutto è dichiarato, basta guardare le didascalie. Ci si sorprende e diverte, si resta anche un po’ increduli. E alla fine ci restituisce una domanda: quanto possiamo fidarci di quello che appare?

Oggi forse quella domanda diventa ancora più urgente.

Abbiamo sempre avuto bisogno di imparare a distinguere le cose da come ci vengono presentate. Le parole sanno essere persuasive, le fotografie possono essere ritoccate, le notizie manipolate, i racconti parziali ma ora la necessità di stare desti e di esercitare il nostro senso critico è ancora più necessaria, e l’arte con il suo potenziale creativo, può aiutarci a coltivarlo, esercitando l’occhio, la mente e il cuore. Significativo e bello il saluto di Papa Leone XIV del mese scorso agli artisti:

Viviamo nell’epoca dei motori di ricerca, che in un secondo ci offrono migliaia di risposte. Ma essi, per quanto potenti, restituiscono ciò che già esiste, e tendono a darci ciò che già vogliamo. Nell’età della tecnica e del consumo il grande pericolo non è più soltanto la censura, ma l’appiattimento; non solo il silenzio imposto, ma il rumore che rende impossibile ascoltare. L’arte è un altro genere di “motore di ricerca”. Non procede per indicizzazione, ma per interrogazione. La sua domanda è un’attenzione tesa, che non si accontenta della mera somma dei fatti, perché non smette di scavare più in profondità, cercando la trama che li unisce. La vostra arte, quando resiste all’appiattimento, quando rallenta lo sguardo, quando costringe a sostare davanti a ciò che non si lascia consumare, è una forma di rigenerazione culturale e spirituale. (…)

In modo particolare in quest’era dell’intelligenza artificiale, nel quale diventa urgente distinguere l’arte umana da ciò che viene prodotto dalle macchine. C’è una differenza ontologica, prima ancora che estetica, tra l’arte e ciò che una macchina può generare per calcolo statistico a partire da milioni di immagini altrui. Agli algoritmi manca la scintilla dell’umano. «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla»

 

Foto in copertina: Opera in ceramica di Bertozzi & Casoni