Abbiamo ascoltato in un podcast uscito da poco prodotto da Rai Radio3, Il Sergente nella neve, romanzo di Mario Rigoni Stern.

Iniziato così, con una certa noncuranza legata a reminiscenze di obblighi scolastici, la voce di Andrea Pennacchi è riuscita, forse per quell’accento così vero e così adatto, a trascinarci in un ascolto profondo, a tratti commovente.

Abbiamo provato il gelo insopportabile della steppa russa, la fame estrema, la paura all’avvicinarsi dei carri armati, il dolore delle ferite, l’umiliazione di certe situazioni, il timore di non farcela; eppure anche l’invincibile speranza di un ritorno in quella richiesta insistente dell’alpino Giuanin al suo sergente “ Ghe rivarem a baita?”, ripetuta mille volte, al limite dello sfinimento; l’importanza delle amicizie fraterne, il rispetto, la generosità, la forza inesauribile e una profonda umanità che ci chiama tutti. 
Si entra in quelle pagine sentendo un’inevitabile domanda: “E io, come sarei stato? Cosa avrei fatto? Come mi sarei comportato? Sarei stato capace di…avrei avuto quel coraggio?”
Non sono però domande relegate a un passato remoto.
Le abbiamo sentite brucianti ora, per le cose che viviamo ogni giorno. È forse anche questa la forza della letteratura. Esce dal suo tempo per entrare nel nostro, ieri oggi e sempre e ci interroga nella nostra quotidianità.

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C’è un punto in particolare, nel tredicesimo episodio del podcast.
I soldati italiani stanno vivendo uno dei momenti più tragici della ritirata di Russia. Sono sfiniti, decimati, ridotti a pelle e ossa. Ciascuno cerca di sopravvivere. Il sergente Rigoni arriva ad una delle isbe disseminate tra la neve in cerca di cibo.

Bussa alla porta ed entra. E tratteniamo anche noi il fiato perché quelli seduti a tavola non sono civili ma soldati russi, con la stella rossa sul berretto che rimangono con il cucchiaio a mezz’aria mentre mangiano una zuppa. Ci immaginiamo esattamente il cuore che si ferma. Tutto può essere finito in un attimo. Eppure:

Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata.
“Spaziba” (“grazie”) – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. “Pasausta” (“prego”). – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. (…)
Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano a pensarvi, ma naturale
. Di quella naturalezza che una volta deve esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice, anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio, era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini, io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta, potrà tornare a succedere, potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Esiste di sottofondo in tutto il romanzo un sentimento di pietas che Rigoni rivolge non ai suoi ma a tutti gli esseri viventi.
Non chiama mai i russi “nemici”, nemmeno quando sono ad un passo da lui. Il nemico non è nemico, ma una persona come noi che abbiamo di fronte e che in quel momento può essere un avversario, ma è pur sempre un uomo. 
E allora anche in guerra, quando sembra che tutto debba crollare e morire, un gesto, una parola, un fatto è sufficiente a ridare speranza e vita.

Se avete tempo, ascoltate il podcast a questo link. Ne vale la pena!

 

Immagine in copertina ©Mario Rigoni Stern (credit: Fausto Giaccone/Contrasto)