“Basta che cominciate a dire: “Ah che bello, bisognerebbe fotografarlo, e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può” (Le avventure di un fotografo, Italo Calvino)
Immaginate di stampare, nell’arco di una sola giornata, tutte le fotografie scattate nel mondo. Probabilmente faticheremmo persino a concepirne la portata. Erik Kessels, artista, designer e curatore d’arte olandese, nel 2012 lo ha fatto: ha stampato in formato cartolina (10×15) tutte le immagini caricate in un giorno sulla piattaforma Flickr. Migliaia di stampe, 350.000, sono state letteralmente riversate nelle sale della galleria Foam di Amsterdam, formando montagne di fotografie fino a colmarne gli spazi, nell’installazione 24 Hours in Photos, che poi ha girato per numerosi musei nel mondo.

Erik Kessels, 24 hours in photos
Ne parla Silvia Camporesi, fotografa contemporanea, in un piccolo libro pubblicato da Einaudi, Una foto è una foto è una foto, insieme a molti altri esempi, aneddoti e spunti su cui vale la pena riflettere. È una lettura che ci aiuta perché tutti, ogni giorno, contribuiamo a costruire una cultura visuale, disseminando immagini in un flusso continuo e vertiginoso, che non è poi così innocuo né privo di conseguenze. Basta pensare, e se ne parla, agli effetti estremi dell’overtourism legati a luoghi iper-fotografati e quindi diventati mete “imperdibili”, ma anche a quella sensazione sempre più diffusa di perdere profondità nello sguardo, sostituita da un “mordi e fuggi” che ci spinge a catturare l’attimo senza davvero soffermarci a capire ciò che abbiamo davanti (ci vengono in mente le tante foto circolate in questi giorni sulla recente esposizione delle Reliquie di San Francesco)
E proprio da qui che si può partire per guardare più da vicino al nostro rapporto, sempre più complesso e stratificato, con le immagini nell’epoca della loro sovrabbondanza e pervasività: si parla di circa cinque miliardi di fotografie al giorno nel mondo! Un numero che non è solo impressionante, ma che racconta qualcosa di molto concreto di noi; di come questo flusso continuo abbia cambiato il nostro modo di vedere, di ricordare e anche di stare dentro la realtà, fino al punto che, a volte, le immagini sembrano prendere il sopravvento su ciò che viviamo.
Forse la domanda da tenere aperta è cosa valga davvero la pena fotografare, e da dove venga questa estrema necessità di farlo. Esserne un po’ più consapevoli, o almeno interrogarsi, non lasciarsi sopraffare passivamente, aumentare uno sguardo attento, che sa discernere.
Se avete visto Perfect Days di Wim Wenders, viene in mente Hirayama con la sua vecchia macchina analogica e i rullini da 24 o al massimo 36 scatti. Con l’attesa dello sviluppo. E poi la scelta, tra le foto, di tenere solo quelle che per lui significano qualcosa, liberandosi delle altre, per conservarle nella sua scatola di latta.
