1985, Torino. Si apre il grande maxiprocesso alla mafia catanese che durerà quasi due anni. Alla sbarra almeno 240 imputati per associazione a delinquere, traffico di droga ed omicidi efferati.
Il magistrato è Elvio Fassone che accetta il gravoso incarico, consapevole di dover iniziare a vivere sottoscorta, chiuso in un’aula bunker sotterranea, mettendo a rischio anche la vita dei suoi cari. “Aver accettato quell’impegno produrrà ripercussioni su tutto il mio futuro (…) ma, soprattutto, per effetto del processo conoscerò Salvatore.” Salvatore è uno dei 240, ha solo ventisei anni ma è considerato uno dei capi più violenti del gruppo e infatti, a fine processo, prenderà l’ergastolo.
È così che comincia, dentro questa vicenda giudiziaria, qualcosa che sembra quasi incredibile da raccontare. Siamo abituati a incasellare tutto tra giusto e sbagliato, colpevole o innocente: ci rassicura ed è meno disturbante perché è più semplice blindare l’altro dentro ciò che ha fatto e giudicarlo solo per quello. Molto più difficile è riconoscere che chi abbiamo davanti — un criminale ad esempio — possa essere qualcosa di più delle sue azioni.
Fassone, il giorno dopo aver inflitto la pena massima, decide di scrivere una lettera a quel ragazzo che potrebbe essere suo figlio. Ed insieme gli allega un libro, un suo libro, che considera prezioso. È pieno di dubbi, si sente ipocrita e teme che il ragazzo la prenderà male. Ma decide e se ne assume il rischio.

Patrick Caulfield, La lettera, 1967, serigrafia, cm 48×76, Tate, Londra
“Non so ancora che quel piccolo gesto cambierà due vite, quella di Salvatore e un poco anche la mia. Senza i 26 anni di scambi che seguiranno, avrei concluso una carriera ineccepibile e arida come quella dei giudici di Spoon River, attori di spoliazioni umane altrui e propria, prigionieri del ruolo. Senza quel pacchetto Salvatore- me lo confesserà più tardi- avrebbe cercato assai prima di porre fine alla sua esistenza.”
Salvatore, infatti, dopo un primo momento di stupore e di stizza, inaspettatamente risponde. Prende sul serio quello che il magistrato gli propone “Presidente, io di libri non ne ho letti mai, ho letto solo atti processuali, ma questo mi sforzerò di leggerlo e anche di capirlo (…) io lo so che lei mi ha dato l’ergastolo perché lo dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare. E io la ringrazio del libro e le assicuro che farò come lei dice”.
Quella frase- racconta Fassone- gli farà pensare all’insondabile profondità del cuore umano ad un’inattesa inversione di ruoli, una specie di assoluzione da parte del suo condannato, in forza di quel barlume di umanità dimostratagli.
Saranno 26 anni di fedeli scambi epistolari, in un rapporto crescente di stima, supporto e affetto e che tra alti e bassi, cambieranno la vita ad entrambi. Questo scambio di lettere è stato raccolto da Fassone in un libro, pubblicato da Sellerio qualche anno fa, col titolo “Fine pena: ora” e ve lo suggeriamo perché è una lettura che non lascia indifferenti. Interroga sulla nostra relazione con l’altro, sullo sguardo che abbiamo e su come scegliamo di starci di fronte ogni giorno (e non solo in una situazione particolare come quella raccontata).
“Se penso quanto poco sforzo è costato a me l’intrattenere questa corrispondenza, e quanta risonanza positiva essa invece ha suscitato, sono costretto a modificare il mio modo di pensare: accanto alla dannazione abituale dell’investire molto per ottenere pochissimo, accanto alla sorte consueta di chiudere in passivo i bilanci tra impegno e risultati, c’è dunque anche la realtà del gratuito, del frutto che nasce dove non lo attendi, del valore del gesto che per te è poco, per altri è tutto.”
