In questo momento non vedo giustificazione alcuna al mio viaggio a meno di non essere completamente impegnato sul presente e sui problemi del nostro tempo. D’accordo, ma perché non fotografare in modo bello una storia umana positiva? Che cosa spinge tutti i redattori del mondo a cercare immagini drammatiche e di forte presa emotiva? (in una lettera dall’India)
C’è una mostra al Museo Diocesano di Milano che raccoglie circa 200 scatti del fotografo svizzero Werner Bischof. Morto giovane in un incidente d’auto durante uno dei suoi viaggi di lavoro, ha lasciato un patrimonio fotografico importante e intenso.
Le sue immagini arrivano dai luoghi del mondo feriti dalla fame, dalla povertà, dalle macerie e dalla guerra, dove la Magnum lo inviava per documentare, per riviste come Life, le ferite della storia e la tenace dignità di chi le attraversava.
Henri Cartier-Bresson diceva che Bischof sapeva trovare la luce anche nelle miserie più nere.
©Werner Bischof
Ed è forse questo che colpisce più di ogni altra cosa. Pur immerso nella tragedia del Novecento, il suo occhio non indulge mai al sensazionalismo: la composizione è rigorosa, quasi pittorica (d’altronde la sua formazione parte da lì) ma non abbandona mai l’umanità della scena.
Così la speranza affiora negli occhi curiosi dei bambini che giocano tra le rovine; nelle donne che camminano lungo i binari con le ceste sulla testa, tenendosi per mano; nel ragazzino che avanza verso Cuzco suonando il flauto; negli sguardi sospesi, tra stupore e sgomento, dei prigionieri coreani, ospitati nei centri di riabilitazione americani.
In ogni fotografia Bischof sembra cercare ciò che nell’uomo continua ostinatamente a resistere, anche dentro la distruzione della guerra o la miseria di una carestia. Non appare mai una ricerca estetica fine a sé stessa: nella perfezione dello scatto, quello che emerge con delicatezza e rispetto, è la vita di tutti i giorni che lentamente ed ostinatamente riprende a scorrere.
È questo che ci ha fatto tornare alla mente le parole di uno scrittore che la guerra e il lager li ha vissuti in prima persona.
Ve le riportiamo qui, perché è sempre dirompente chi, anche tra le difficoltà più grandi, ripone fiducia e speranza nella realtà.
Non abbiamo vissuto come i bruti.
Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti.
Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. Ci stivarono in carri bestiame e ci scaricarono, dopo averci depredati di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni, diecine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato.
Il mondo ci dimenticò. (…) Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. Sorsero i giornali parlati, le conferenze, la chiesa, l’università, il teatro, i concerti, le mostre d’arte, lo sport, l’artigianato, le assemblee regionali, i servizi, la borsa, gli annunci economici, la biblioteca, il centro radio, il commercio, l’industria. Ognuno si trovò improvvisamente nudo; tutto fu lasciato fuori del reticolato: la fama e il grado, bene o male guadagnati. E ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà. E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così nacque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno.
(Diario Clandestino, Guareschi)
La mostra al Museo Diocesano è visitabile fino al 18 ottobre 2026
Foto in copertina ©Werner Bischof
