Ci sono in comune dei fiori nelle tre storie che vi segnaliamo oggi. Quando di mezzo ci sono dolore e l’assurdità tragica della guerra si ha molto pudore a parlare di bellezza.
Eppure, si può raccontare dei fiori: fiori veri, d’arancio, di ciliegio, fiori di carta di un mercato, in queste storie assumono un significato di vita e di speranza così concreto da togliere anche a noi un po’ di polvere dagli occhi, mentre a sguardo basso non ci accorgiamo neanche della primavera.
Davvero allora, come scriveva Calvino, riconoscere, dentro l’inferno, qualcosa che non è inferno ci aiuta a vivere.

Italia. 1983-1984, Andrej Tarkovskij
Vi lasciamo qui poche righe per ogni storia, sarebbe alquanto lungo raccontare di ciascuno in maniera approfondita. Noi, intanto, ve le segnaliamo perché ci fanno tenere alto lo sguardo:
I fiori d’arancio del Libano
Mentre in questi giorni la guerra imperversa, tra le rovine di Beirut, alcuni giovani artisti e realtà sociali legate al Beirut art center si sono mobilitati insieme a contadini del sud del Libano per salvare la tradizionale produzione di essenza di fiori d’arancio (“mazaher”). Il “mazaher” è l’acqua dei boccioli d’arancio amaro, ingrediente fondamentale della cucina e della medicina mediorientale. La sua distillazione è una tradizione antichissima nel sud Libano. «Di più: è una pratica comunitaria e spirituale. Il modo in cui i villaggi celebrano insieme la rinascita della terra in primavera. Ripetendo all’unisono che nessun inverno è infinito». E mentre intorno esplodono le bombe, ci immaginiamo questi giovani che rischiano la vita, mentre raccolgono centinaia di petali bianchi, delicati e profumati. Racconta una di loro “E se salvare dei fiori fosse l’unico modo per non morire?”
I mille ciliegi di Nagasaki
Takashi Nagai è stato un medico giapponese sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki nel 1945. Dopo l’esplosione e dopo le gravi perdite da lui stesso subite, ha continuato a curare i feriti e a documentare gli effetti della radiazione, anche quando, gravemente malato, si ritira a vivere in una piccola abitazione nella città distrutta, rimanendo un punto di riferimento per gli abitanti. Con i proventi dei libri che scrive in cui racconta la terribile vicenda di Nagasaki, decide, oltre alla costruzione di ospedali e contributi per la ricostruzione, di piantare in quella città ormai desolata e ridotta a macerie, mille ciliegi (sotto i quali ancora oggi si può camminare) come un segno di speranza e di rinascita. «La prima cosa che penso, tutte le mattine, appena mi sveglio, è che sono felice. Anche oggi sono vivo. Anche oggi ho da lavorare. Anche se sono in grado di usare solo le mani e la testa, mi ritrovo colmo di entusiasmo come fossi uno scolaretto al mattino pronto a partire per una gita».
I fiori di carta del mercato di Sarajevo
Una fioraia durante il lungo assedio di Sarajevo vende fiori al mercato. Quando quelli veri non arrivano più, ne costruisce di carta e continua a vendere i suoi fiori, superflui, tra il fuoco incrociato dei cecchini. Un fotoreporter, Mario Boccia, la osserva, vuole conoscerla e le fa qualche domanda; trova sorprendente che lei sia lì a vendere fiori e che qualcuno possa comprarli, in un momento in cui a malapena si ha da mangiare e i prezzi sono alle stelle.
“Le feci la domanda più stupida, chiedendole quale fosse la sua etnia. Mi rispose subito: «Sono nata a Sarajevo». Credendo di essere furbo, le chiesi quale fosse il suo nome. E lei mi disse qualcosa che annotai su un foglietto. La fotografai e ci salutammo. Più tardi, chiesi a un amico se quel nome che avevo scritto era serbo, croato o musulmano. «Quale nome?» rispose. «Qui c’è scritto solo fioraia»”
Tutta la vita, fino alla morte che avviene per il colpo di un cecchino, la donna venderà i suoi fiori di carta, affinando la tecnica e creandone sempre di più belli, tanto da sembrare veri.
