Conosciamo noi stessi solo fin dove

siamo stati messi alla prova.

Ve lo dico

dal mio cuore sconosciuto.

(Wislawa Szymborska)

Oggi vogliamo solo raccontare una storia. Di quelle che, quando si ascoltano, fanno venire voglia di andare a conoscere la persona che ne è protagonista e chiederle come si fa, quando tutto va un po’ a rotoli, a non perdersi d’animo e, soprattutto, a non avere paura di mettersi in gioco, in qualsiasi situazione ci si venga a trovare.

Una lunga scala a chiocciola in un tipico palazzo parigino e una soffitta di pochi metri quadrati (6,5!) al sesto piano, senza ascensore, con spazi minuscoli e il bagno in fondo al pianerottolo: qui Nathalie George, un’elegante signora oggi settantenne, ha vissuto per circa diciassette anni, dopo una carriera da direttrice artistica finita male a causa di una gestione finanziaria poco oculata, come lei stessa ammette.

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Nathalie George

Trovarsi a cinquant’anni senza casa e senza lavoro, eppure non perdersi d’animo, rimboccandosi le maniche e mettendo a frutto i propri talenti: una grande passione per la cucina, l’amore per le ricette della nonna tramandate in famiglia, insieme a tanta umanità e a un profondo desiderio di una vita condivisa e partecipata con gli altri. Nathalie non si tira mai indietro: anche per strada, racconta, se le capita di vedere qualcuno in difficoltà non può fare a meno di interessarsi, di cambiare i suoi programmi pur di aiutare.

“La mancanza di denaro non è una scusa per smettere di cucinare. Indipendentemente dalle possibilità economiche, dalla classe sociale o dalla tecnologia disponibile, si può sempre preparare un buon pasto e intrattenere gli ospiti.”

Ed è così che, tra pentole disseminate ovunque, libri (perché conoscere, leggere, capire è fondamentale) e un gatto, inizia a cucinare con una passione per le cose buone e per il bello che non l’ha mai abbandonata, nemmeno nei momenti più difficili.

Cucina negli spazi comuni, nei corridoi, perché in casa non ci si muove, e coinvolge gli studenti e gli abitanti del palazzo che, attraverso il passaparola, diventano i suoi principali sostenitori. I piatti sono sempre curati e l’attenzione ai dettagli è massima.

“Potevo di nuovo tirare fuori i piatti, apparecchiare una sorta di tavola e ricevere ospiti. Nei momenti difficili bisogna cercare di mantenere certi segni di civiltà. Altrimenti, tutto crolla.”

Condivide i pasti, crea momenti di convivialità e, in un luogo così piccolo, riesce a far esistere un senso di accoglienza e di calore umano.

L’expérience du 6e étage fut une bénédiction.” L’esperienza del sesto piano è stata una benedizione, racconta.
La cucina è diventata un elemento centrale, fondamentale, “fédérateur”, come lo definisce in francese: qualcosa simile all’idea di creare comunità, che le ha permesso di andare avanti senza mai scoraggiarsi.
Sempre più persone hanno richiesto il suo servizio, il Municipio si è interessato a lei e le ha offerto un’abitazione più agevole, e ora tiene corsi di cucina per tutti.
In un libro, per ora disponibile in francese, racconta la sua storia.

Qui vi mettiamo il link a un servizio del TG2 per vedere un po’ di chi vi abbiamo parlato: dal minuto 10.17 al 15.16.  se volete sapere di più.