Hai mai visto una nuvola che avesse l’apparenza d’un centauro, un pardo, un lupo, un toro?
(Aristofane, Le nuvole)
Per questo inizio anticipato di estate, per quel tempo che reca un po’ di spensieratezza, almeno nei desideri, oggi parliamo di nuvole, e di quella capacità che hanno, inconsapevoli, di farci alzare gli occhi al cielo e di desiderare un prato su cui sdraiarsi e immaginare.
C’è chi ha pensato di raccogliere questa leggerezza e portarla dentro uno spazio chiuso in una mostra a Piacenza, dal titolo “Oltre le nuvole” visitabile fino al 5 luglio.
Attraverso venti artisti, tra passato e presente, si snoda un percorso tra dipinti, fotografie, installazioni sonore e sensoriali, sequenze di film, dove tutto richiama quel mistero di goccioline d’acqua appese nel cielo che prendono le forme più svariate della nostra fantasia fin da bambini.
Perché da sempre le nuvole affascinano chi si prende il tempo di guardarle: hanno a che fare con qualcosa di indefinibile e più grande di noi, zucchero filato o minaccia dal cielo, tramonti rosa striati o tempeste in arrivo. Ti sei rannuvolato, si dice quando vedi un’ombra sul volto che hai di fronte, hai la testa tra le nuvole se sei sbadato, sei caduto dalle nuvole se sei stato ingenuo, hai la testa obnubilata se ti senti offuscato, poco lucido.
Le nuvole parlano all’uomo da tempo immemorabile.
Aristofane faceva dire a Socrate: “Esse le idee ci danno, la dialettica, la ciurmeria, l’ingegno, la chiacchiera, il ghermire concetti, il dar nel segno!”
Per Shakespeare sono presenze quasi fisiche, sembrano muoversi sul palcoscenico insieme agli attori, una natura che è molto più di un paesaggio.
“A volte ci accade di vedere una nuvola a forma di dragone, a volte un vaporoso effluvio che somiglia ora ad un orso, ora ad un leone, a una cittadella alta di torri, a una roccia a picco, ora ad una montagna a semiluna o a un promontorio azzurro, denso di alberi, con fronde che oscillano a salutare il mondo, par che si confondano con l’aria ingannando i nostri occhi, anche tu avrai visto queste apparenze, sono il corteo del triste crepuscolo” (Antonio e Cleopatra).

© Leandro Erlich
Tra le opere presenti forse, per noi, la più suggestiva è il tentativo dell’artista Leandro Erlich, di catturare l’impalpabilità di una nuvola. Attraverso una sapiente illusione ottica, ci pare proprio di vedere un pezzo di cielo chiuso nella teca di un museo e dopo lo stupore però, arriva quasi una malinconia, come davanti a una farfalla catturata in un retino. Così vaghe ed effimere, non possiamo contenere quel mistero da sempre indagato.
Quando si esce alla luce del sole, viene naturale guardare in su, per vedere cosa c’è nel cielo, sopra la nostra testa, per un attimo si torna bambini.
Vi lasciamo qui due link:
Il primo rimanda a quel breve dialogo tra i due protagonisti di Cosa sono le nuvole di Pasolini, quando il burattino di Otello, con gli occhi che luccicano di curiosità, si rivolge a Jago (Totò) mentre insieme, immersi tra il pattume di una discarica, si incantano per lo spettacolo strabiliante del cielo sopra le loro teste:
Otello: Iiiiih, che so’ quelle?
Jago: Sono…sono le nuvole…
Otello: E che so’ le nuvole?
Jago: Boh!
Otello: Quanto so’ belle! Quanto so’ belle!
Jago: Oh, straziante, meravigliosa bellezza del Creato!
Il secondo è per l’ascolto di quel particolarissimo brano di Fabrizio de Andrè, che con ironia e poesia parla di nuvole:
Vanno, vengono, ogni tanto si fermano
(…)
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Opera in copertina © Gabriele Picco, Nuvola, 2023
