Per ogni cosa c’è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo
(Qoelet 3,1)
Sono nato in camera oscura, racconta Elio Ciol nelle interviste che ha rilasciato negli anni. Fotografo internazionale, friulano, con un’opera al Moma di New York e decine di mostre e cataloghi alle spalle, novantasei anni di cui almeno ottanta dedicati all’atto del fotografare. Perché Ciol inizia prestissimo, aiutando il padre: “Uscivo dalla camera oscura per prendere aria, aprivo la porta e trovavo i filari ordinati dei contadini e questo mi è rimasto dentro per sempre, anche come senso dell’ordine nel mio lavoro”.
La mostra ora visitabile al Museo Diocesano è un antidoto per il nostro sguardo distratto e per la nostra smania di fotografare qualsiasi cosa, senza lasciare il tempo alla contemplazione.
Il mondo contadino nella sua terra, la bassa milanese e la povertà nel dopoguerra, la tragedia del Vajont, i paesaggi e le campagne, uno dei più bei ritratti dell’ amico Pasolini, la basilica di San Francesco ad Assisi immersa nella nebbia, cieli densi di temporale in cui filtra sempre e comunque la luce, alberi che sembrano sculture e filari che sembrano segni grafici, simboli di qualche cosa di misterioso, come quando, racconta Ciol, “vedevo schizzare veloce su un foglio la mano di un mio amico che disegnava e ritrovavo quell’impressione nel paesaggio che fotografavo”.

Quello che cerchiamo sempre nelle numerose mostre di fotografie visitate è lo sguardo che fa sì che un fotografo non sia uguale all’altro, l’impronta unica di ciascuno. Guardando gli scatti di Ciol, la parola dominante è luce. È un bianco e nero che brilla per un contrasto di luce che, in certi alberi, diventa quasi metallica sul nero: mai spettrale, anzi sorprendentemente luminosa. È una luce che resta sempre, anche quando il temporale incombe su Assisi o sulla campagna, senza mai farsi drammatica, ma al contrario piena di speranza e di orizzonte.
Come nelle foto dei bambini in un Dopoguerra tutto da ricostruire. Ma i loro ritratti sono sereni, spensierati, giocosi. Che sia Chioggia, tra le reti dei pescatori o una cascina della campagna lombarda: “Ho documentato la povertà ma è sempre una povertà vissuta in modo dignitoso, anche allegro, spensierato, leggero”
Ci sembra di cogliere una certa umiltà, un pudore nel ritrarre l’uomo. Uno sguardo rispettoso e mai invadente. Alle volte appaiono piccole figurine, vicino ad architetture o paesaggi maestosi che sembrano scomparire: “Mi sono sempre sentito piccolo di fronte alla natura, al creato, però presente come sensibilità. Sentivo le cose.” E il loro mistero, che pervade soprattutto le immagini dei paesaggi.
I suoi scatti sono da osservare, non è necessario soffermarsi troppo ad analizzare; “è il lavoro che ti salva, non le parole, si può dire che il lavoro parla da sé, e il mio tipo di lavoro penso che possa andare bene.”
