C’è un passaggio nel messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata delle Comunicazioni che ci ha fatto riflettere. Riguarda due parole di cui spesso dimentichiamo la radice: volto e voce.
I greci chiamavano il volto prósōpon, ciò che sta “davanti allo sguardo”. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono, o meglio la voce inconfondibile di qualcuno. In entrambi i casi, l’identità non è qualcosa che possediamo da soli, ma qualcosa che accade solo quando incontriamo l’altro, quando gli stiamo di fronte.
Oggi la sfida non è tecnica, è antropologica. L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma se la usiamo per risparmiarci la fatica di pensare, finiamo per erodere le nostre capacità cognitive e per seppellire i nostri talenti. Si può facilmente scivolare in un “mondo di specchi”: un luogo dove l’IA ci restituisce solo ciò che già ci piace e ci somiglia.
Può rassicurare ma, avverte il Papa, ci mette anche in una trappola. Se tutto è a nostra immagine, l’altro scompare. E senza l’altro, senza l’altro da noi, che può smentirci e spiazzarci — non c’è amicizia, non c’è relazione, c’è solo isolamento.
Custodire il volto e la voce significa tornare a vederne la sacralità.
Ci vengono in mente i ritratti di Alberto Giacometti che disegnava fino allo sfinimento, cancellando e rifacendo mille volte, non per copiare un lineamento, ma per catturare il mistero di uno sguardo che gli sfuggiva sempre e che era diventato il suo cruccio (e quello dei suoi modelli, costretti a sedute di ore e ore!)
O le parole di Giuseppe Ungaretti, di cui proprio in questi giorni ricorre la nascita: la poesia era, per lui, “una parola amorevole rivolta a un’altra persona che la ascolta e per indurla a sentirsi più umana”. E raccontava come la laboriosità che sta dietro al processo poetico porti alla consapevolezza di non essersi mai espressi veramente come si vorrebbe: “si è sempre scontenti, si vorrebbe che fosse detto diversamente ma la parola è impotente”.

“Abbiamo bisogno – dice il Papa – che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.”
Per leggere tutto il messaggio, che si addentra anche in indicazioni concrete e ci chiama a una responsabilità personale, lo trovate qui.
