Il Libretto d’appunti di Leonardo da Vinci (noto come codice Trivulziano 2162, conservato al Castello Sforzesco di Milano e compilato intorno al 1487), è un piccolo serbatoio di idee: schizzi di architettura, studi di volti, progetti di macchine.

Ma tra le sue pagine affiora anche qualcosa di più interessante — lunghe liste di parole, scritte al contrario nella sua inconfondibile grafia. Leonardo le annotava per ampliare il suo linguaggio, per avvicinarsi ai testi degli studiosi e dare più precisione ai suoi pensieri.

In quelle colonne di vocaboli si intuisce la curiosità inesauribile di chi non cercava solo di disegnare il mondo, ma anche di nominarlo con le parole giuste.

LeonardodaVinci

Parole da non dimenticare. Parole però concrete, mai fini a sé stesse, necessarie, per lui che si definiva “omo sanza lettere”, (espressione che allora indicava chi non conosceva il latino). Leonardo non disprezzava la cultura, ma privilegiava la conoscenza nata dall’esperienza diretta e dal ragionamento. Riteneva che il volgare bastasse a esprimere ogni pensiero, e che la vera difficoltà non fosse nelle parole, ma nel comprendere a fondo le cose.
Possedere le parole giuste diventava importante per raccontare l’esperienza.

 Alcune di queste parole annotate, stanno rivivendo ora su certi muri di Milano, in giro per la città e in un’istallazione al Castello Sforzesco, a cura di Sabrina D’Alessandro, fondatrice e ideatrice dell’URSP: Ufficio Resurrezione Parole Smarrite ovvero un Ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra (sic!)

L’altro giorno camminando per strada hanno catturato il nostro sguardo, perché tra i colori e l’affollamento dei soliti manifesti pubblicitari, spiccano per pulizia, sintesi, semplicità, nere su una pagina bianca, come le definizioni del vocabolario. Ed è stato impossibile non incuriosirsi e non cercare di capire il loro suono strano, inusuale che però in qualche modo ci è risuonato familiare.

Si leggono come su un grande libro aperto parole come:

Sperianzia: Maestra ai maestri
Sapienzia: figliola della sperienzia
Impazienzia: madre della stoltizia
Vilificante: se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile

Ogni vocabolo, accompagnato da una citazione leonardiana, diventa un frammento di pensiero che ci interroga sul significato. Così “infallante” risuona accanto al monito «Raro cade chi ben cammina», mentre la “plenitudine” trova il suo significato in : «Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa”

In un breve video che lasciamo qui: la curatrice, a proposito dell’utilità di tenere nella nostra memoria parole rare, dice:

Perché la ricchezza del linguaggio significa ricchezza dell’immaginario, perché come diceva S. Agostino, nutre la mente solo ciò che la rallegra e perché, soprattutto, le parole dicono l’uomo”.

Quindi, camminando per la città, fateci caso.

La mappa delle parole e la descrizione del progetto lo trovate qui.